I cuori animati di Monica Marelli

Riccardo Dalle Luche

  • Il favoloso mondo di Monica Marelli si arricchisce inaspettatamente di una serie di quadri, più precisamente, di oli su tela; rimarchevole scelta, visto l’uso spropositato e l’abuso che si fa oggi degli acrilici da parte anche dei pittori professionisti.


    Negli artisti che hanno avuto o hanno in corso un’esperienza analitica ed in generale negli analizzanti che hanno una qualche manualità nel disegno, l’autoritratto emerge spontaneamente come rappresentazione del loro mondo interiore. L’inconscio predilige di gran lunga il linguaggio visivo rispetto a quello verbale e Frida Kahlo ne è un esempio lampante: linguaggio visivo e scrittura del resto si compenetrano e l’autoritratto diviene indisgiungibile dalle frasi sulla tela, creando uno stile singolare, immediatamente riconoscibile: di tutte queste cose abbiamo discusso ampiamente, con Angela Palermo, nel nostro Psicoanalisi immaginaria di Frida Kahlo (Mimesis, 2016), il libro che ha avuto il pregio di farmi entrare in contatto con Monica Marelli.


    Ciò che ci propone Monica con queste opere mi sollecita un’evoluzione interpretativa ulteriore rispetto alla tradizione e alla pratica dell’autoritratto. Il fil rouge che lega gli artisti del Novecento e li porta a rappresentare non più solo le diverse possibili figure dell’Io sociale, ma soprattutto il Sé come appare nell’inconscio, ci conduce nel territorio proprio di Monica Marelli.


    Il simbolo su cui lei sceglie di lavorare è altamente rischioso a causa della sua banalità, il cuore: non i cuori anatomici così ricorrenti e carichi di significati simbolici dei quadri di Frida, non il Sacro Cuore di Gesù, con il suo sfondo di significati religiosi, misterici ed esoterici, ma proprio il cuoricino rosso degli Emoticon, dei Baci Perugina, dei diari delle bambine e delle adolescenti.


    E la banalità del simbolo scelto conferisce a queste immagini un’impronta assolutamente personale: siamo chiaramente nel territorio della scrittrice della Fisica del Miao, del Bau e del tacco e di Le onde gravitazionali spiegate in modo semplice con l’aiuto di un ippopotamo, colei, insomma, che fa del collegamento tra la cultura alta (anche scientifica) e gli argomenti più spiccioli e quotidiani, tra il serio mondo delle verità ultime e le domande infantili sulla realtà, la sua cifra stilistica e forse perfino euristica. Grazie all’importante lavoro di trasformazione artistica, i suoi cuori diventano i teatri di un mondo interiore, ricco di eventi di vita anche dolorosissimi, ma anche di riflessioni fisico/filosofiche di semplicissima lettura quanto di immane profondità.


    Si tratta di quadri che richiedono (come molti quadri di Frida) opportune delucidazioni biografiche o comunque indizi specifici per essere pienamente compresi e riconosciuti. Tra questi cuori animati che più rimandano al percorso personale ci sono L’abbraccio nero, Inseguendo sogni non miei, Irreparabile, Cambiamento, Guarda dentro, Red spider lily, Il punto triplo del dolore, Cosa è rimasto , tra quelli più influenzati dal fascino per la misteriosa struttura della materia, L’amore quantistico, Tira il nastro rosso, Primavera, Cuore o cervello, ma la catalogazione è piuttosto arbitraria, come accade di regola per tutti i prodotti dell’inconscio e quando si cerca in generale di separare le componenti che costituiscono in modo inscindibile il Sé di un individuo . É comunque evidente che, come accade nelle rappresentazioni degli organi interni in Frida, questi cuoricini astratti si animano e si fanno voce incarnata di tutte le ferite, le amputazioni, i tentativi o le fantasie di riparazione di trasformazioni che la vita psichica impone a tutti noi e ad alcuni in modo più impellente e particolare.


    Con questo non voglio salutare Monica Marelli come la Frida Kahlo della Bovisa, anche se le analogie con l’ormai mitica pittrice messicana sono molte, dagli studi scientifici, imprevedibilmente preliminari a carriere artistico/letterarie (ma qui l’elenco sarebbe lungo: Calvino, Gadda, Primo Levi…), alle motivazioni artistiche, al gesto tutto femminile di rappresentare gli affetti traumatici con organi interni, brandelli di carne e lacrime di sangue, magari addolciti da contorni di fiori, germogli rampicanti e vegetazioni lussureggianti. Tutti gli osservatori di questa mostra troveranno Monica Marelli e solo lei in queste opere, i suoi drammi, le sue speranze, le sue fantasie, ed i riferimenti potranno essere molti di più di quelli che qui ho evocato.


    Transitando dalla psicoanalisi alla fenomenologia, come avviene quando dal profondo si ritorna alla superficie, all’evidenza immediata del visibile, si può dire che ogni singola opera di Monica Marelli rappresenti un’intuizione eidetica, il consolidarsi di un’immagine che fotografa esattamente, dandogli un corpo ed una materialità, l’ineffabilità delle esperienze emotive. Le opere hanno comunque raggiunto il loro scopo: dare voce, luce e forma all’inconscio. Tuttavia sono certo che chi le vedrà non potrà esimersi dalla meraviglia e dalla commozione ed entrare così in un rapporto con gli affetti della loro autrice, che grazie alle sue opere potrà essere facilmente conosciuta e riconosciuta intimamente.


    28/4/2017
    Riccardo Dalle Luche


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