Dottori col cuore

n. 503

dottori

Questa mattina riflettevo sulla figura dei medici. Ne ho intervistati diversi in questi giorni, per alcuni articoli che sto scrivendo ed erano di tutti i tipi: esperti di nutrizione, di estetica, dermatologi, ecc... Essendo stata cresciuta da una nonna in gamba ma pur sempre una donna con 53 anni più di me, qualche medico ogni tanto entrava nella nostra vita. E più ne conoscevo, più disprezzavo la categoria e più mi saliva quella strana sensazione di aver sbagliato tutto, altro che fisica:  avrei dovuto far il medico e prendermi cura IO di mia nonna (ok , ho un filo di mania di controllo ma sto migliorando). Quei medici erano così freddi, distaccati, come se il corpo fosse una macchina, non una persona con dei sentimenti.

Poi finalmente ho conosciuto le eccezioni. Quelle che mi fanno pensare che la medicina, essendo un’arte, come tale va esercitata, quindi col cuore e con la mente. Ci sono persone che da un medico non vogliono umanità e comprensione ma solo la ricetta o la diagnosi. Io non sono così, ho bisogno di empatia. Di sapere che quello che mi sta davanti abbia preso 110 e lode e abbia a cuore la sua professione, che non è come le altre. Un professionista che mi fa sentire al sicuro è il mio medico di base. Lo conosco da quando avevo sedici anni. Sa tutto di me e nei momenti più difficili della mia vita mi ascoltava con pazienza, soprattutto quando era l’anima ad aver bisogno di una medicina a base di parole. Mi chiede sempre prima “come va la vita, il lavoro, gli affetti” poi mi chiede di cosa ho bisogno per la salute fisica. Lui è così con tutti i suoi pazienti e le visite spesso durano più dei soliti dieci minuti stiracchiati.  Naturalmente c’è sempre chi si lamenta, chi va a rubare tempo e risorse perché ha un raffreddore o un’unghia spezzata. Forse queste persone lo fanno perché hanno bisogno di essere accudite, di trovare qualcuno che ascolti. Lo noto quando sono seduta in sala d’attesa: tutti ma proprio tutti muoiono dalla voglia di raccontarmi i loro malanni, del figlio che è partito per studiare, del marito ricoverato in ospedale, di quella volta che hanno perso il lavoro ma ce l’hanno fatta a tirarsi su, “perché una volta non avevamo tutto quello che avete voi”. Inutile spiegare che io, a quel “voi” proprio non appartengo.

Poi fra i bravi medici non posso dimenticare la specialista nella cura delle vene che conobbi quando mia nonna, a 86 anni, dovette essere operata alla safena. Il protocollo del Niguarda non prevedeva più l’operazione ma una lunga e complessa cura a base di coumadin, la sostanza che mantiene fluido il sangue e che richiede stretti controlli periodici del sangue. La dottoressa guardò mia nonna, guardò me e disse: “Chissenefrega, la opero lo stesso, altrimenti povera signora, farla andare avanti e indietro dall’ospedale...”. Vi giuro che mi sarei buttata ai suoi piedi per ringraziarla. L’operazione andò benissimo. Peccato che mia nonna rimase ricoverata solo 24 ore. E il dialogo che seguì con la dottoressa mi buttò nell’angoscia più nera:

-Mi raccomando signorina Marelli, se succede qualcosa, mi chiami, le lascio il mio cellulare, chiami anche di notte. Sa, le ore successive all’operazione sono le più pericolose-

E io: - Ah, e non potevate trattenerla ancora un giorno? –

-E lei, sorridendomi:- Assolutamente no, bisogna far girare i letti –

Ah, ecco. I letti.

E sempre per mia nonna, ci fu il suo medico di base. Fu solo grazie a lui che alla fine dei suoi giorni, potè essere ricoverata ancora al Niguarda: aveva scritto una richiesta di ricovero che non lasciava dubbi sulla gravità della situazione. Era ormai devastata dal tumore formatosi qualche anno prima ma che si era rifiutata di curare. Nonostante questo il rischio che non la trattenessero in ospedale, era altisismo: i letti erano pochissimi.

Poi in ordine di apparizione, l’ultima donna medico. Ha una capacità pazzesca di capire che cosa hanno i suoi pazienti senza che questi parlino. Lei osserva, fa domande, tasta, pensa, deduce, pensa, prova. Una vera scienziata. E quelli visitati da lei rimangono muti, stanno male e hanno bisogno di aiuto e niente, proprio non parlano. Mi chiedo cosa farebbe il dottor Tizio al suo posto: avrebbe la stessa pazienza e abilità nel visitare un gatto? Secondo me, no.

 

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