Il mistero della coppa sacra

n. 357

coppa Roma, Quarto secolo avanti Cristo. Nella bottega di un artigiano la fisica sta per metterci lo zampino. Non conosciamo il nome di questo artista del vetro e del metallo. Ma sappiamo che quel giorno era intento a fabbricare una coppa molto particolare. Ancora non sa che al posto della ricompensa, potrebbe addirittura ricevere una minaccia di morte per aver creato un oggetto malefico, colpito da uno strano sortilegio.

L’oggetto che l’ignaro artigiano sta creando è destinato alla tavola di un baccanale, il festeggiamento propiziatorio in onore del dio Bacco. Ecco, il nostro artigiano. Sta osservando il vetro della coppa, già ingabbiato in una struttura metallica, sagomata in modo da narrare la storia del re dei Traci, Licurgo.

Il mito narra che questo sovrano impedì il passaggio di un corteo di devoti del dio Bacco e per questo fu punito: la coppa raffigura infatti la ninfa Ambrosia che, pregando la Madre Terra di trasformarla in albero di vite, strangola il re con le sue spire. Ma non è una punizione sufficiente: dietro l’arborea assassina si nasconde Bacco stesso e due satiri, che stanno per infierire sul re.

La drammaticità di questa scena passa in secondo piano davanti al fenomeno a cui si assiste guardando l’oggetto.

Osservando il calice con la luce che colpisce il vetro di fronte, allora la coppa appare verde. Se invece la si guarda in controluce, diventa rossa. Oggi questo oggetto è conservato al British Museum di Londra, che lo acquistò per 20.000 sterline nel 1958 da Lord Victor Rothschild, appartenente alla nota famiglia di banchieri europei.

Quale strano fenomeno nasconde la Coppa di Licurgo?

Ciò che rende la coppa di Licurgo rossa e verde come se fosse un semaforo sono delle … impurità. Il suo vetro infatti contiene una lega di particelle di oro e argento di dimensioni nanometriche (1 nanometro = 1 miliardesimo di metro) che intercettano la luce bianca e ne assorbono le diverse componenti, lasciando “libere” soltanto il verde (merito dell’argento) o il rosso (merito dell’oro) a seconda che luce venga riflessa o trasmessa rispettivamente.

Stupefacente, vero? Il tipo di vetro che offre questo spettacolo si chiama dicroico (dalla parola greca che significa “due colori”). Fino al 1950 nessuno degli scienziati aveva mai preso in considerazione questo particolare oggetto: fu solo quando il suo proprietario, lord Rotschild chiese a due esperti un’opinione e la coppa divenna famosa fra gli archeologi. E dopo un articolo apparso sul giornale per specialisti, Archeology, gli studiosi si domandarono se quel materiale in realtà non fosse affatto vetro ma qualcosa di ancora sconosciuto.

Bisognerà aspettare il 1959 per avere la conferma che si tratta di "semplice" vetro grazie ad un esame sofisticato ai raggi X condotto da un ricercatore del British Museum, che nel frattempo era diventato il proprietario.

Come facevano i romani a includere delle nano-quantità di oro e argento per ottenere questo magnifico effetto, dato che non avevano alcuna tecnologia a disposizione? Probabilmente gli artigiani preparavano grandi quantità di “impasto” per il vetro e diluivano all’interno una piccola quantità di oro e argento, fino a ottenere la ricetta giusta. Ovviamente non era semplice: oggetti come questi sono estremamente rari, non solo perché la loro fragilità non ha permesso di arrivare intatti fino ai nostri tempi ma soprattutto perché la bicolorazione dipendeva fortmente dall’esatta quantità e dimensioni delle inclusioni di oro e argento.

Volete vedere un vetro dicroico? Andate in un negozio che vende perline: grazie alla produzione industriale infatti oggi è molto facile creare vetri cangianti e le perle dicroiche sono in vendita perfino su internet.

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