L'incidente della TeGenero

n. 551

macacoLondra, 13 marzo 2006, mattina. Nella sezione sperimentale all’interno del Northwick Park Hospital i medici si stanno preparando a condurre un esperimento commissionato all’azienda americana Parexel, che realizza trial clinici su commissione.

Tra  le persone che hanno risposto al tweet o all’annuncio sul sito della Parexel, sono stati selezionati 8 uomini. Tutti maggiorenni e sani.

Ora si stanno recando al laboratorio. Forse  stanno già fantasticando su cosa potranno comprare con le 2000 sterline che riceveranno in cambio della loro prestazione: nelle loro vene sta per essere infuso un nuovo farmaco che potrebbe essere utile per trattare una rara forma di leucemia, la sclerosi multipla e per l’artrite reumatoide. Chissà se questi uomini, semplicemente indicati sulle cartelle cliniche con i numeri dall’1 all’8, si sentono anche un po’ eroi.

Letti bianchi, tubuli, ago in vena, sorrisi, andrà tutto bene.

L’infusione dura tra i 3 e i 6 minuti. La dose somministrata è di 0,1 mg/kg. L’infusione è effettuata su tutti i pazienti, con una scansione di 1 uomo ogni 10 minuti. Due di essi ricevono il placebo, cioè una sostanza totalmente inerte.

Alle 9,10 tutti hanno ricevuto l’infusione.

Nel giro di un’ora e mezza, la tragedia: si verifica quello che i medici chiamano una “tempesta citochinica”. Si tratta di una risposta immunitaria potenzialmente fatale in cui si manifestano emicrania, nausea, mialgia, danni ai polmoni,  insufficienza renale e formazione di trombi diffusi. Entro la mezzanotte le cavie umane sono ricoverate nell’unità intensiva, sottoposte a dialisi e a farmaci per bloccare la cascata di citochine. Due pazienti vanno in shock cardiocircolatorio (il sangue non arriva in quantità sufficiente ai tessuti) e sviluppano la sindrome da distress respiratorio (i polmoni non sono più in grado di effettuare lo scambio fra anidride carbonica e ossigeno). Rimangono ricoverati per giorni, fra la vita e la morte. Il viso di un uomo si gonfia a dismisura, facendolo assomigliare a un “elephant man”, come racconteranno i giornali. Alla fine i pazienti sopravvivono (l’ultima dimissione avviene in giugno) ma alcuni hanno danni permanenti (fra cui un uomo ha perso le dita). I test animali erano stati fatti?

Sì. Erano state scelte due specie di scimmie: il macaco cinomolgo (v. foto) e  il macaco reso.

Perché proprio questi? Prima di rispondere un piccolissimo passo indietro: il farmaco da sperimentare era un anticorpo monoclonale. In pratica una molecola che si “aggancia” a delle “antenne” (recettori) presenti sulla superficie delle cellule. Ecco, gli esseri umani e quelle scimmie, sulle loro cellule hanno antenne simili, capaci di catturare il TGN1412. La dose settimanale somministrata alle scimmie per 4 settimane consecutive era stata di 50mg/kg. Cioè 500 volte quella iniettata nelle cavie umane. I risultati? Nelle scimmie nessun problema.

Ho raccontato questa teoria perchè il professor Thomas Hartung l’aveva accennata in un’intervista per sottolineare l’inadeguatezza dei metodi attuali nel campo della tossicologia. 

Fonti:

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/17471824

http://www.nytimes.com/2006/04/07/world/europe/07iht-drug.html?pagewanted=all&_r=1&

http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC2964774/

http://www.ema.europa.eu/docs/en_GB/document_library/Presentation/2009/11/WC500010858.pdf

http://www.nhs.uk/conditions/clinical-trials/Pages/Phasesoftrials.aspx

http://edition.cnn.com/2006/HEALTH/03/15/uk.clinical/

 

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