Sole, seppie e melanina

n. 267

Sole, seppie e melanina

mappa colore pelle

Ebbene, è arrivata l'ora. Quella di sopportare, paziente come un monaco tibetano incrociato con un benedettino, la frase “Oh Monica come sei bianca, ma non prendi il sole?”… NO. Non prendo il sole. Il sole mi irrita la pelle (sempre meno dei commenti insulsi, comunque): divento rossa in viso e mi scotto. Avrò la melanina pigra? Timida? Non lo so. Ma di nei, cioè accumuli di melanociti - le cellule che producono melanina - ne ho parecchi nella zona del torace.

Queste crescite disordinate di cellule sono tumori benigni che è meglio tenere d'occhio. Ogni volta che vado a fare la visita specialistica, rimango sempre un po' perplessa dalla velocità con cui il dermatologo mi esamina e conclude che è tutto a posto. Una volta ero stesa sul lettino e il medico parlava di questioni sindacali con l'infermiera: non ero per niente a mio agio e ho sperato che l'esperto fosse multitasking. Mentre ribadiva un po' nervoso i suoi diritti di lavoratore, il suo cervello sarà stato attento a ciò che osservava? Per carità, il suo sguardo sarà stato allenato da anni di esperienza però il dubbio mi rimane. Comunque oggi l'occhio del medico è ancora il primo strumento utile. Ma forse in futuro qualcosa cambierà: perché tutto si evolve e cambia. Tranne la melanina. E questa inerzia evolutiva verrà sfruttata per capire meglio come si sviluppa il melanoma (il cancro della pelle appunto che parte da un neo “impazzito”), come suggeriscono alcuni ricercatori della Duke University del North Carolina. Warren S. Warren, il capo-ricerca, al sito phys.org ha dichiarato che una delle cose più difficili è proprio capire se il melanoma, che è molto aggressivo, è destinato a trasformarsi in metastasi (cioè genera altri tumori).

Non ci sono ancora regole generali: i dermatologi sono allenati a riconoscere le lesioni ma vi sono molti falsi postivi (il neo viene tolto perché sospetto maligno, poi si scopre con l'esame istologico che non lo era). La cosa migliore, dice Warren, è analizzare il tessuto prelevato dai pazienti per cercare cambiamenti sistematici che possono avvenire negli anni. Soltanto che questo è quasi impossibile perché il tessuto conservato tende a rovinarsi. E allora ecco che la melanina può tornare utile: sopravvive a lungo immutata, tanto da poter essere analizzata all'interno di campioni vecchi di anni.

Gli scienziati lo hanno stabilito analizzando la melanina dell'”inchiostro” della seppia. Confrontando un campione di 162 milioni di anni fa con uno odierno, l'esame eseguito con la microscopia “pump-probe” (pompa-sonda) ha confermato che l'eumelanina (cioè la melanina nera, l'altra è la feomelanina, quella del rosso) è sostanzialmente invariata. Questa scoperta conferma che l'eumelanina è stabile e può permettere ai ricercatori di lavorare come archeologi della pelle, cioè cercare una base su cui lavorare per analizzare i vecchi campioni di tessuto conservati, con lo scopo di trovare di un indizio-chiave, un “faro” per guidare i medici nella descrizione di regole più precise. Per esempio potrebbe esserci una relazione fra distribuzione di eumelanina e feomelanina all'interno del neo? E ancora, dato che la melanina tende a legarsi al ferro, potrebbe la misura di questo metallo essere un indicatore della patologia? Gli scienziati indagano.

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