Toccalo!

n. 237

Toccalo!

parola

Io detesto i touch screen e spero che il mio Blackberry con i piccoli tasti viva il più a lungo possibile. Il 99 per cento di amici e amiche invece consuma i polpastrelli sui touch screen dei loro iPhone e simili e nonostante si incartoccino spesso (i tasti virtuali sono troppo piccoli ma loro non lo ammetteranno mai), non fanno una piega: toccare è cool, punto.

Prima di raccontarvi cosa ho scoperto, un piccolo ripasso di fisica: come funziona lo schermo touch dell'iPhone? E' uno schermo tattile capacitivo cioè rispondono solo se sfiorati da polpastrelli rigorosamente nudi. Ecco perchè: lo schermo è essenzialmente formato da un foglio metallico protetto da uno stato di plastica, sul quale appoggiamo il dito. Su di esso è "spalmata", come Nutella sulla fetta di pane, una certa quantità di cariche elettriche, che possiamo immaginare come tante biglie distanziate e ordinate su un tappeto elastico.

Quando tocchiamo lo schermo, le cariche-biglie “rotolano” rapidamente verso il nostro dito, accumulandosi: il sistema operativo “comprende” lo spostamento di cariche e la traduce in un comando. Questo fenomeno sfrutta quindi la capacità elettrica del nostro corpo, cioè la capacità di accumulare cariche elettriche. D'inverno è una piccola tragedia: bisogna togliersi il guanto per usare questo schermo. Alcuni hanno prodotto guanti con fibre metalliche, veramente brutti e poco funzionali nel mantenimento della temperatura delle mani, altri invece vendono guanti con un taglio in corrispondenza dei polpastrelli dell'indice. Veramente poco chic.

Ma quei geniacci dei giapponesi si sono inventati la soluzione: un liquido conduttivo da spalmare sul guanto. Si chiama Tebu-Touch (tebu è l'abbreviazione di Tebukuro, "guanti" in giapponese) ed è prodotto dalla Onsight. Ne bastano un paio di gocce, si attendono pochi secondi per lasciarlo asciugare e poi si può digitare come se il polpastrello fosse nudo.

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